Proteggere la famiglia: perché la pianificazione non è solo investimenti

Proteggere la famiglia: perché la pianificazione non è solo investimenti

300€ al mese partono dal conto corrente famigliare verso un piano di accumulo per uno scopo preciso: l’università della figlia, che oggi ha sette anni. Da bravi genitori avete fatto due conti, avete scelto un orizzonte lungo e avete accettato l’idea che nel breve periodo il valore possa oscillare. Avete preso una decisione ragionata e ora vi sentite a posto.

È un piano che funziona, finché entrambi i redditi arrivano puntuali.

La domanda che quasi nessuno si pone davanti al modulo di adesione riguarda il caso opposto: cosa succede a quei 300€ se uno dei due stipendi smette di arrivare? La risposta, nella maggior parte dei casi, è che il versamento viene sospeso. A volte il capitale accumulato viene riscattato per coprire le spese correnti, con tempi e prezzi decisi dal bisogno anziché dal piano.

Un piano di accumulo interrotto al terzo anno però non ha portato a nulla di significativo. Ha solo spostato dei soldi da un posto all’altro per un po’.

Quanto costa davvero arrivare alla laurea?

Il report Universitari al verde di Federconsumatori e UDU quantifica la spesa annua per uno studente universitario tra tasse, alloggio, pasti, trasporti e materiale didattico: 9.379 euro se studia nella città in cui vive la famiglia, 10.293 euro da pendolare, 17.498 euro da fuorisede. Le stesse rilevazioni indicano un incremento dei costi universitari intorno al 6% annuo.

Per un bambino che oggi frequenta la seconda elementare, l’iscrizione all’università è distante undici o dodici anni. In quell’intervallo l’incertezza non riguarda solo i mercati: riguarda la continuità dei redditi familiari, la stabilità dei settori in cui i genitori lavorano, la salute.
Un obiettivo così lontano richiede quindi due cose diverse. Una strategia per far crescere il capitale e una protezione che garantisca che i versamenti continuino anche negli anni difficili.

La pianificazione finanziaria familiare si regge su tre pilastri che rispondono a orizzonti temporali diversi e a precise funzioni:
– la liquidità (il fondo di emergenza) per gli imprevisti brevi;
– le coperture per gli eventi che interrompono il reddito;
– gli investimenti per gli obiettivi lontani. Gli investimenti sono l’ultimo dei tre e senza i primi due rischiano di non raggiungere l’obiettivo.

1′ PILASTRO: Il denaro che deve restare fermo

Il fondo di emergenza di una famiglia con figli si dimensiona sulle spese fisse mensili, non sul reddito. Mutuo o affitto, utenze, spesa alimentare, rette scolastiche, rata dell’auto: la somma di queste voci moltiplicata per il numero di mesi che servirebbero a riorganizzarsi in caso di perdita del lavoro. Per una famiglia con due redditi da lavoro dipendente il periodo può essere contenuto. Per una famiglia monoreddito, o dove il reddito principale dipende da un’attività autonoma, il cuscinetto necessario cresce in modo sensibile.

Questa parte del patrimonio ha una sola funzione: essere disponibile in pochi giorni al valore nominale. Chi la investe in strumenti volatili si espone al rischio di doverla liquidare nel momento peggiore, che è quasi sempre lo stesso momento in cui si perde il lavoro.

Il fondo di emergenza va tenuto separato dagli obiettivi di lungo periodo, con una destinazione diversa e possibilmente su un conto diverso. La confusione tra le due funzioni è l’errore più frequente nei bilanci familiari: si guarda il totale disponibile, ci si sente coperti, si scopre poi che quel totale era già impegnato per l’università.

2′ PILASTRO: Cosa succede quando il reddito si ferma

Un imprevisto di tre mesi e uno permanente

La liquidità copre gli eventi temporanei. Un guasto importante, un periodo di cassa integrazione, un intervento con qualche mese di convalescenza. Sono situazioni sgradevoli che rientrano.

Gli eventi che riguardano la capacità di produrre reddito in modo permanente appartengono a un’altra categoria e nessun fondo di emergenza li assorbe. Un’invalidità che impedisce di svolgere la propria professione, una non autosufficienza in età ancora lavorativa, la premorienza di chi porta a casa la quota maggiore delle entrate. In questi casi il problema non è coprire sei mesi di spese, ma sostituire il reddito perso.

Le coperture che riguardano le persone

Quasi tutte le famiglie italiane assicurano l’automobile perché la legge lo impone, molte assicurano la casa perché lo richiede la banca che ha erogato il mutuo. La copertura del reddito di chi guida quell’automobile e paga quel mutuo è invece una scelta libera e per questo viene rimandata.

Le soluzioni disponibili rispondono a esigenze distinte. La copertura in caso di premorienza serve a garantire alla famiglia un capitale che sostituisca il reddito mancante per gli anni necessari a completare il percorso dei figli. La copertura in caso di invalidità permanente interviene quando la persona resta, ma senza reddito, poiché le soluzioni per la non autosufficienza affrontano una spesa che si aggiunge alle altre anziché sostituirle.

Il criterio per dimensionarle si ricava dal bilancio familiare. Si parte dal reddito da sostituire, si sottraggono le entrate che comunque resterebbero, incluse le prestazioni pubbliche come la pensione ai superstiti, si moltiplica per gli anni di autonomia che si vogliono garantire. La differenza è il capitale da coprire.

Quando il beneficiario è un figlio minorenne

Qui c’è un aspetto tecnico che produce conseguenze concrete e che raramente entra nelle conversazioni familiari.

Se una polizza vita designa come beneficiario un figlio minorenne, alla liquidazione il capitale entra nel patrimonio del minore. L’amministrazione di quel patrimonio segue le regole del codice civile sulla responsabilità genitoriale: il genitore superstite amministra i beni del figlio, però gli atti di straordinaria amministrazione, inclusa la riscossione di capitali, richiedono l’autorizzazione preventiva del giudice tutelare. Ogni impiego rilevante di quelle somme passa da un’istanza al tribunale.

Il risultato è una famiglia che ha ricevuto il capitale di cui aveva bisogno e si trova a dover chiedere il permesso per utilizzarlo, in un momento in cui le energie disponibili sono poche. Esistono modi diversi di strutturare la designazione dei beneficiari che tengono conto di questo passaggio. Vanno decisi prima, perché dopo la designazione produce i suoi effetti così com’è scritta.

3′ PILASTRO: Il capitale che cresce verso una data

Il terzo pilastro è quello che le famiglie associano alla parola pianificazione ed è anche l’unico che funziona bene solo se i primi due sono al loro posto.

Un obiettivo con una data precisa cambia il modo in cui si costruisce il portafoglio. Dodici anni prima dell’iscrizione all’università la componente azionaria ha senso, perché l’orizzonte assorbe le oscillazioni. Diciotto mesi prima quella stessa componente diventa un rischio: se il mercato scende del venticinque per cento nell’anno in cui va pagata la prima rata, la famiglia si trova di fronte ad una perdita ingente. La riduzione progressiva dell’esposizione al rischio man mano che la data si avvicina è la parte del lavoro che distingue un piano da un versamento automatico.

I versamenti periodici hanno un secondo vantaggio meno evidente: distribuiscono il prezzo di ingresso nel tempo, il che conta per chi accumula ogni mese una cifra costante lungo un decennio.

Per approfondire leggi anche: PAC vs liquidità: perché tenere i soldi sul conto ti costa caro.

L’ordine conta più delle percentuali

Molte guide propongono di dividere il reddito familiare in quote fisse. La sequenza è più utile della proporzione. Prima si costruisce il cuscinetto di liquidità fino al livello che copre le spese fisse per il numero di mesi deciso. Poi si dimensionano le coperture sugli eventi che interromperebbero il reddito. Quello che resta va sull’accumulo di lungo periodo.

Chi inverte l’ordine ottiene un piano che si comporta bene solo negli anni in cui non succede niente.

Gli errori che si ripetono

Il primo riguarda l’intestazione: somme versate su strumenti intestati direttamente ai figli producono lo stesso vincolo di autorizzazione descritto sopra, con in più la perdita di flessibilità se le esigenze familiari cambiano. Il secondo riguarda le priorità, con famiglie che destinano al risparmio ogni euro disponibile e restano senza liquidità immediata. Il terzo riguarda la delega interna: quando una sola persona conosce le posizioni aperte, le password e le scadenze, l’assenza di quella persona blocca tutto il resto proprio nel momento peggiore.

C’è poi la revisione. Un piano costruito quando il figlio aveva tre anni non descrive più la famiglia di sette anni dopo, con un mutuo diverso, forse un secondo figlio, redditi cambiati. La verifica periodica del piano familiare richiede poco tempo, ma serve a intercettare gli scostamenti quando correggerli costa poco.


Stai costruendo un percorso per i tuoi figli e vuoi capire se regge?

La revisione parte da un’analisi del bilancio familiare e delle coperture già attive. Parliamone: come consulente finanziario seguo famiglie del bresciano da oltre trent’anni su questo tipo di scelte.

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