Pensione per partite IVA: come colmare il gap INPS

Ogni anno versi all’INPS una fetta consistente di quello che fatturi. Migliaia di euro che escono dal conto senza passare da nessuna parte se non dallo Stato.

Poi fai la simulazione della pensione futura e scopri che quell’assegno sarà più basso di quello di un tuo amico dipendente, che ha sempre guadagnato meno di te.

Non è un errore di calcolo. È esattamente come funziona il sistema e ha ragioni precise. Il punto è che quelle ragioni puoi conoscerle adesso, quando hai ancora vent’anni o più per intervenire, oppure scoprirle a sessant’anni, quando ormai non c’è più molto da fare.

Perché il gap di una partita IVA è più profondo

Il divario tra ultimo reddito e assegno pensionistico riguarda tutti, ma per chi lavora in proprio ha tre cause aggiuntive che il lavoratore dipendente non ha.

Per il quadro generale del fenomeno, leggi: Gap pensionistico: 3 strategie per colmarlo in tempo

Sei l’unico che versa

Un dipendente ha un datore di lavoro che contribuisce per la quota più consistente del versamento previdenziale. Ha il TFR, che è una forma di risparmio forzoso e silenziosa. Ha aumenti contrattuali che aumentano automaticamente la base contributiva.

Tu hai solo te stesso. Ogni euro di montante contributivo esce dalle tue tasche e nei mesi in cui il fatturato cala non c’è nessuno che compensa.

Non tutte le partite IVA sono uguali

Un professionista iscritto alla gestione separata, un artigiano, un commerciante e un avvocato con la sua cassa hanno regole di versamento e di calcolo completamente diverse. Aliquote diverse, minimali diversi, massimali diversi, tutele diverse.

Il risultato è che due persone con lo stesso fatturato possono arrivare alla pensione con montanti che differiscono anche del 40%. Prima di qualunque ragionamento, devi sapere in quale di questi mondi ti trovi.

Gli anni leggeri pesano per sempre

Il primo anno di attività, il periodo in cui hai perso il cliente principale, l’anno in cui hai investito tutto in attrezzatura e hai chiuso in pareggio. In quei mesi hai versato il minimo, o poco più.

Nel sistema contributivo nulla si recupera. Ogni anno di contribuzione bassa resta lì, dentro il montante e riduce l’assegno finale per tutta la durata della pensione. Un dipendente con lo stipendio fisso non ha questo problema.

La trappola dell’ottimizzazione fiscale

Qui arriviamo al punto più delicato, quello che vedo sottovalutato praticamente sempre.

Chi ha partita IVA è, giustamente, ossessionato dalla riduzione del carico fiscale. Sceglie il regime più conveniente, sfrutta ogni deduzione disponibile, valuta le agevolazioni contributive. È un comportamento razionale: quei soldi sono suoi e difenderli è legittimo.

Il problema è che in Italia la leva fiscale e la leva previdenziale sono collegate. Quando abbassi una, spesso abbassi anche l’altra.

Il regime forfettario. Il tuo imponibile non è quello che fatturi, ma una percentuale forfettaria stabilita per legge in base al codice ATECO. Paghi meno imposte e questo è il vantaggio, ma su quella stessa base ridotta si calcolano anche i contributi previdenziali: stai maturando meno pensione di quanto il tuo fatturato reale lascerebbe pensare.

Non è una sfumatura. Nella prossima sezione trovi i numeri e la differenza tra chi versa sul reddito pieno e chi versa sul forfettario vale quasi trenta punti di pensione futura.

La riduzione contributiva per artigiani e commercianti. Chi aderisce al forfettario può chiedere una riduzione sui contributi dovuti. Sulla carta è un risparmio immediato e concreto. Nella sostanza è uno sconto che paghi con l’assegno futuro, in proporzione esatta.

Il paradosso della deduzione. I versamenti a un fondo pensione sono deducibili dal reddito imponibile fino a 5.300 euro l’anno. Per un imprenditore in regime ordinario con aliquota marginale alta è un vantaggio enorme. Per chi è in forfettario, che paga un’imposta sostitutiva e non ha un imponibile IRPEF da abbattere, quel vantaggio semplicemente non esiste.

È una differenza che cambia radicalmente la strategia da adottare e che nessun prodotto standardizzato tiene in considerazione.

Per approfondire il metodo, leggi: Pianificazione finanziaria

Quanto vale davvero il tuo gap

Ho fatto i conti con le aliquote in vigore, ipotizzando una carriera continua di 35 anni e l’uscita a 67 anni. Gli importi sono netti mensili, in euro di oggi.

ProfiloNetto oggiPensione nettaGap mensileTasso di sostituzione
Forfettario 35.000 €€ 2.070€ 985– € 1.08548%
Ordinario 70.000 €€ 3.020€ 2.290– € 73076%
Artigiano 45.000 €€ 2.085€ 1.505– € 58072%

Chi versa sul reddito pieno, per una carriera intera, arriva a un tasso di sostituzione tra il 70 e il 76%: non è una situazione comoda, ma non è nemmeno il disastro che ci si aspetta. Chi è in forfettario si ferma al 48%, cioè perde metà del proprio tenore di vita e lo perde perché i contributi si calcolano sul coefficiente di redditività, non su quello che incassa davvero.

Questa è l’ipotesi ottimistica, con una carriera senza interruzioni. Togli ad esempio sette anni pieni e lo stesso consulente scende a 790 euro netti al mese, con un tasso di sostituzione del 38%.

Sono ovviamente proiezioni, non certezze, perché dipendono dai coefficienti futuri e dall’andamento della tua attività, ma l’ordine di grandezza è quello e non migliora da solo.

Per il tuo numero reale, il punto di partenza è “La mia pensione futura” sul portale INPS, accessibile con SPID. Serve mezz’ora e ti dà una simulazione basata sui contributi che hai effettivamente versato.

Hai bisogno di consulenza per la tua pensione?


L’incertezza normativa: perché non puoi contare solo sull’INPS

Ogni autunno, con la legge di bilancio, torna il dibattito sulle pensioni. Ogni due anni vengono aggiornati i coefficienti di trasformazione, quei numeri che convertono il montante accumulato in assegno mensile. E ogni aggiornamento va nella stessa direzione: a parità di contributi versati, l’assegno che ne deriva è più basso.

Aggiungi che l’età di uscita è agganciata all’aspettativa di vita e che le regole di accesso vengono ritoccate con regolarità.

Il messaggio non è catastrofista e pratico. Su cosa deciderà il legislatore fra quindici anni non hai alcun controllo. Sulla parte che costruisci per conto tuo, ce l’hai per intero. Ed è l’unica variabile su cui abbia senso lavorare.

Le tre leve per colmare il gap

1. Il fondo pensione, ma solo se la deduzione ti serve

Se sei in regime ordinario con un’aliquota marginale elevata, il fondo pensione è lo strumento più efficiente che hai a disposizione. La deduzione fino a 5.164,57 euro ti restituisce una quota rilevante di quanto versi: di fatto lo Stato cofinanzia il tuo risparmio previdenziale.

Il contraltare sono i vincoli. Non prelevi quando vuoi, salvo casi specifici previsti dalla normativa e almeno metà del capitale deve essere erogata in forma di rendita.

Se sei in forfettario, il calcolo cambia del tutto: senza il beneficio fiscale, il fondo pensione va valutato solo per le sue caratteristiche di prodotto e confrontato apertamente con le alternative.

2. Il PAC, per chi ha un reddito irregolare

Un piano di accumulo su fondi o ETF non ha vincoli di uscita e non prevede penali se sospendi i versamenti. Per chi vive di fatturato variabile, questa flessibilità vale molto: nei mesi buoni accantoni di più, in quelli difficili ti fermi senza conseguenze.

Non hai lo sconto fiscale, ma hai autonomia e liquidità. E se il capitale ti serve prima della pensione, per un investimento nell’attività o per un imprevisto e disponibile.

Per approfondire, leggi: PAC vs liquidità: perché tenere i soldi sul conto ti costa caro

3. Separare il patrimonio previdenziale dal rischio d’impresa

Questa leva riguarda solo chi fa impresa e per questo se ne parla poco.

Quando lavori in proprio, il tuo patrimonio e quello dell’attività tendono a confondersi. Un contenzioso, un cliente che non paga, un’annata storta: eventi che colpiscono l’azienda possono arrivare a toccare quello che avevi messo da parte per la vecchiaia.

Fondi pensione e contratti assicurativi sul ramo vita godono entro i limiti stabiliti dalla legge, di una tutela specifica rispetto ad azioni di creditori terzi che un conto corrente o un dossier titoli intestato all’impresa non hanno. Non è una scorciatoia né uno scudo assoluto e va costruita correttamente insieme a un professionista, ma è un elemento che nella pianificazione di un imprenditore pesa quanto il rendimento.

Tre errori che vedo spesso

  1. “La mia azienda è la mia pensione.”
    Forse, ma è un asset unico, illiquido e legato a te: se il settore cambia o la salute non accompagna, quel valore si riduce proprio quando ti serve. Concentrare tutto su un solo bene è l’opposto della diversificazione.
  2. Tenere la liquidità ferma in attesa delle scadenze fiscali.
    Accantonare per le imposte è sano. Lasciare sul conto molto più del necessario, anno dopo anno, significa regalare potere d’acquisto all’inflazione.
  3. Aspettare l’anno buono.
    Fidati, non arriva mai. Chi inizia a 35 anni e chi inizia a 40, a parità di versamento mensile, arriva alla pensione con una differenza che si misura in decine di migliaia di euro. Il tempo è la variabile più potente e l’unica che non puoi comprare.

Come Elena ha ridotto un gap di 1.270 euro

Elena ha 42 anni, fa la consulente in regime forfettario, con ricavi intorno ai 40.000 euro l’anno. Oggi, tra contributi e imposta sostitutiva, le restano circa 2.370 euro netti al mese. La proiezione della pensione, anche ipotizzando che lavori senza interruzioni fino a 67 anni, si ferma intorno ai 1.100 euro netti.

La sua prima domanda è stata: apro un fondo pensione? La risposta, nel suo caso e stata no, o almeno non subito: in forfettario non avrebbe avuto la deduzione, che è il vero motore di quello strumento.

Abbiamo lavorato diversamente. Una quota fissa mensile su un PAC diversificato, calibrata per essere sostenibile anche nei mesi peggiori, più un versamento aggiuntivo variabile nei trimestri in cui la fatturazione supera una soglia che ha stabilito lei. In parallelo, un accantonamento separato dal conto dell’attività, per non confondere le riserve.

Elena non ha chiuso il gap, ma ha smesso di subirlo: sa quanto manca, sa quanto sta costruendo e sa cosa succede se un anno va male.

Il gap non si chiude sperando

Se hai una partita IVA, nessuno si occuperà della tua pensione al posto tuo. C’è solo una scelta, che puoi fare adesso oppure rimandare.

Vuoi una proiezione precisa del tuo gap e una strategia costruita sul tuo regime fiscale, sul tuo tipo di attività e sui tuoi obiettivi?

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Pierlorenzo Bulgarini

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